KREUZ

Forma Urbis, XXIII Biennale di Scultura, Gubbio / Italia 1996/1997

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PERCORSI E AUTOINTRALCI SPAZIALI DI JOST WISCHNEWSKI

 

Durante una visita allo studio di Wischnewski, a Düsseldorf, alcuni anni fa, avevo notato quelle opere CONRETE BOW I / II, Hockenheim e Monza (1994), le cui qualità spaziali mi sono sembrate subito insolite e rilevanti. Non si trattava di ciò che comunemente si intende per sculture, quanto, piuttosto, di ampie forme che lasciavano trapelare un fondamento di funzionalità ideale poi negato nella realizzazione pratica; cioè nel momento di definirne le proporzioni, la misura, l`aspetto e l`elaborazione definitiva.

Le opere risultavano essere una libera articolazione di un nastro evocativo di un circuito per veicoli. Inoltre, esse erano poggiate rispettando quote differenti che le mostravano inclinate su una serie di basamenti, mediante elevatori ordinariamente usati per sollevare le automobili. E anche questo elemento incideva tautologicamente sulla riuscita di quell`annuncio plastico.

 

La loro congenita ambiguità consentiva dunque di ritenere che fossero sia una pista automobilistica, di scala ridotta, sia un “ring” cittadino come ne esistono molti a Roma, a Monaco o nella stessa Düsseldorf. Ciò che ancora oggi li rende di evidente efficacia tra le altre opere di Wischnewski è la loro valenza di espansivo ingombro dello spazio e la riduzione della conquista spaziale di quelle forme.

 

Nella vasta rassegna di esempi di spazialità plastica storicamente già registrati in quanto basilari da Fontana a Fabro, da Judd a Naumann e giungendo ai più recenti esempi di Deacon o Venet, quest`opera di Wischnewski avanza un suo discreto ma non trascurabile attributo di libertà e ubiquità assieme a und grado di inquitudine che la rende singolare. Infatti allo sviluppo spaziale con implicazioni di sconfinamento plastico, riferite alla scala urbana, Wischnewski ha dedicato altro lavoro che egualmente merita attenzione: in esso si possono ricordare sia opere ATTENTION 1995, sia DO NOT CRUSH OR BEND 1995, sia l`opera realizzata per Osaka, ZUM WESEN JAPANISCHER ARCHITEKTUR 1996, evidentemente ispirata dall àrchitettura della città e dalle sue arterie, quali ponti e strade.

Ma è stato a Gubbio, durante la Biennale che si svolge in quella cittadina umbra, che wischnewski ha lasciato intravedere la duttilità della sua cifra linguistica, allorchè ha realizzato lòpera THE CROSS, sinonimo di una impraticabile immaginaria infrastruttura definitiva dall`incrocio di quei guardrail che sbarravano lo spazio anzichè accompagnarne, rassicurandola, la circolazione motoria.

L´insieme plastico segnava un autentico cul de sac del senso spaziale, un suo cortocircuito dell´ambiente che generava sentimenti ansiogeni e nonsense funzionali. Ma appunto, come spesso accade, L´opera d´arte autentica, provocatoriamente, esercita uno stimolo emozionale contro i´inclinazione alla razionalità della forma.

 

A Gubbio, Wischnewski aveva coniugato quell`invezione plastica con une performance in cui egli stesso con alcuni suoi amici collaboratori, rinchiusi in sacci di plastica nera usata per i rifiuti, evocavano un de-grado zero dell´essere, mediante impercettibili movimenti che ben si addicevano a quella grande X metallica, incognita interrogativa e drammatico, che diveniva emblema del nostro precario futuro.

Il suo lucido e tagliente sermone, eseguito con materiali d´epoca nudi e semplici come le parole di Francesco dÀssisi, vissuto anche in quel luogo, rimarrá nella memoria visiva di molti che visitarono in quei giorni i grandi ambienti medioevali degli Arconi sottostanti il Palazzo dei Consoli della bella citta umbra.

 

Bruno Corà, 1998